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VISIONE A OCCHIO NUDO DELL’AURA UMANA di L.Pederzoli – EVANLAB

VISIONE A OCCHIO NUDO DELL’AURA UMANA

Questa è la spiegazione fisiologica più probabile della capacità umana di vedere l’aura a occhio nudo.

COME FARE A VEDERLA

Per osservare a occhio nudo l’aura umana occorre disporre la persona da esaminare a qualche metro di distanza, contro uno sfondo neutro (ad esempio grigio o beige), con luce uniforme e piuttosto debole, possibilmente quella del cielo (non importa se sereno o nuvoloso), ma può andar bene anche una luce artificiale.

Bisogna predisporsi a notare, senza fretta, sfumature di grigio-azzurro ed eventuali tonalità di colore molto leggere e poi vedere la persona senza guardarla, come se fosse trasparente e si stesse osservando qualcosa che sta a decine di metri dietro di essa, eventualmente un po’ sopra o di lato.

Inoltre la visione migliora facendo dondolare lentamente a destra ed a sinistra la persona sotto osservazione, perché il movimento lento del soggetto favorisce la percezione delle sfumature più deboli rendendole mobili contro uno sfondo omogeneo e fisso.
La maggior parte di coloro che provano questa tecnica riesce a vedere quasi subito l’aura, perlomeno la sua parte più vicina al corpo (l’aura, con intensità decrescente, occupa almeno un metro su tutti i lati attorno al corpo). Alcuni, particolarmente dotati, la vedono addirittura quasi subito a colori. Ogni tanto conviene battere le palpebre per evitare gli effetti della persistenza retinica dell’immagine.

Sono dotati di aura anche gli animali e le piante; persino la cose inanimate la possiedono, ma molto sottile e di forma costante, mentre gli esseri viventi, e soprattutto gli esseri umani e gli animali, hanno un’aura con forma e colori che possono variare rapidamente.
L’aura sembra implicare una leggera alterazione dell’indice di rifrazione dell’ambiente attorno alla persona (pare, infatti, che non si tratti solo dell’aria, perché l’aura segue rigidamente i movimenti del corpo e la sua forma è insensibile ad un forte soffio d’aria laterale).

PERCHÉ SI VEDE

La rètina, che è il sensore d’immagini contenuto nel nostro occhio, non si comporta allo stesso modo in tutte le sue parti e contiene due tipi di cellule sensibili alla luce: i coni, che sono di tre tipi per distinguere i colori, e i bastoncelli, che sono di un solo tipo perché sensibili soltanto all’intensità luminosa. I coni sono responsabili della visione a colori con alta luminosità ambientale, mentre i bastoncelli servono per la visione in bianco e nero in condizioni di bassa luminosità.
I coni sono concentrati in una zona della retina che viene chiamata “macula lutea”, dove coesistono con i bastoncelli, tranne che in una piccola parte di essa denominata “fovea centralis”, nella quale sono presenti solo coni. Oltre il limite esterno della “fovea centralis” la densità dei coni si riduce rapidamente ed aumenta, altrettanto rapidamente, quella dei bastoncelli, fino a raggiungere il limite esterno della “macula lutea”; da lì in poi la densità dei bastoncelli inizia a decrescere, mentre si procede verso la periferia della rètina.

Quando osserviamo un particolare e lo “mettiamo a fuoco”, facciamo in modo che la parte dell’immagine che a noi interessa maggiormente coincida con la piccola depressione chiamata “fovea centralis”, che richiede una buona illuminazione ma consente una visione molto particolareggiata, dato che in essa c’è un’alta densità di coni.

All’interno della macula lutea, ma al di fuori della “fovea centralis”, la visione è ancora piuttosto buona e, per merito dei bastoncelli, rimane più che accettabile anche con luminosità ambientale non elevata. All’esterno della “macula lutea” ci sono solamente bastoncelli, che sono più densi nelle sue vicinanze.

In sintesi, mediante la “fovea centralis” si possono distinguere molto bene, con tutti i dettagli e a colori, particolari piccolissimi ma ben illuminati. Spostandosi all’esterno di essa, ma sempre restando all’interno della “macula lutea”, si possono ancora vedere particolari piccoli, ma non piccolissimi, e lo si può fare anche se non sono molto illuminati continuando a percepire chiaramente le tonalità di colore, oltre a distinguere perfettamente le sfumature di grigio. All’esterno della “macula lutea”, infine, si possono vedere solamente particolari di media grandezza e per di più in bianco e nero, cioè si percepiscono solamente le sfumature di grigio, ma questo è possibile anche in condizioni di debolissima illuminazione. Quando la luce è scarsa, infatti, i coni smettono di funzionare e rimangono attivi solamente i bastoncelli: ecco perché, camminando di notte con scarsa illuminazione, tendiamo a guardare il terreno con la “coda dell’occhio”, cioè con la zona della rètina che contiene solo bastoncelli, quella esterna alla “macula lutea”.

Nel modo descritto in COME FARE A VEDERLA non si “mette a fuoco” la persona e questo implica il coinvolgimento sia dei bastoncelli sia dei coni che stanno all’esterno della “fovea centralis”, ma all’interno della “macula lutea”, garantendo in tal modo, allo stesso tempo, una visione a colori discretamente dettagliata e l’apprezzamento di variazioni molto leggere di luminosità.

Tratto da libro: COSTRUTTORI DI MEGALITI (http://www.evanlab.org/public/wpcontent/uploads/2015/12/archeologia-psichica-e-la-civilt%C3%83-nuragica.pdf)

Articolo di L.Pederzoli - EVANLAB

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